Profumo di pane

pane

Periodo: tutto l’anno

Profumo di pane: Visita al campo di grano, la magia della spiga, la sgranatura, la macina del chicco, l’impasto con farina acqua e lievito, l’attesa della lievitazione, la preparazione di panini, che verranno cotti nel forno a legna.

Consigliato per le Scuole dell’Infanzia e Primarie

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La sgranatura della spiga

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La schiacciatura “primitiva” del chicco

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La macina con mulino a pietra

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La setacciatura

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L’impasto

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La formella di pane

7 pane

La cottura

8 pane

Ed ecco il pane!

 

 

IL PANE FATTO IN CASA
le nonne raccontano

A Giugno si andava a mietere il grano e dai campi lo si portava a casa legato in grossi covoni dorati.
Per tutti, dai bambini ai più anziani, era una gran festa il giorno che la macchina trebbiatrice arrivava nel nostro cortile; la trebbiatrice divideva la paglia dai chicchi di grano che venivano raccolti in grandi sacchi di iuta.
A Ottobre tutti i sacchi di grano, meno uno usato per la semina, venivano portati al mulino più vicino per la macinatura. La farina ottenuta veniva in parte venduta al mugnaio stesso e si portava a casa solo il quantitativo utile per preparare il pane necessario a sfamare tutta la famiglia fino all’anno successivo.
La farina che si portava a casa era integrale, cioè conteneva crusca e cruschello e per ottenere il “pane bianco” le nonne dovevano setacciarla, ma il più delle volte si mangiava “pane nero” perchè le persone della famiglia erano tante e anche la crusca della farina era utile a sfamare le pance, eppoi l’anno era lungo.
Quando si setacciava la farina si otteneva la crusca che veniva usata per alimentare conigli e galline.
Il pane era alla base della alimentazione e veniva preparato in casa, in genere una o due volte la settimana.
Ogni volta che si faceva il pane veniva messo a parte un pezzo di pasta sulla quale si incideva una croce con il coltello per buon auspicio, ma soprattutto per farla lievitare meglio e la si metteva in una teglia coperta per poi utilizzarla qualche giorno dopo, come lievito madre in un nuovo impasto.
La sera prima, mia madre preparava il lievito ”l’alvador”: prendeva la pasta acida dalla teglia, la sbriciolava in una ciotola aggiungendo acqua tiepida per scioglierla fino ad ottenere una pastella che veniva versata al centro di un mucchietto di farina e la si lasciava riposare tutta la notte. Il mattino dopo si preparava l’impasto nel tagliere con farina setacciata, acqua, sale e il lievito preparato la sera prima, che si era “miracolosamente” gonfiato e screpolato.

L’impasto veniva lavorato fino a quando era diventato sodo, successivamente per farlo diventare più compatto e liscio si usava la “gràmla”:una persona (solitamente un uomo) alzava e abbassava una leva di legno, mentre una delle donne muoveva l’impasto sotto alla trave finchè era ben amalgamato.

Non tutte le famiglie possedevano la gramola ed i bambini più grandi avevano il compito di infagottare l’impasto che veniva portato dal fornaio, dove si poteva fare questa operazione. Sempre al forno, si facevano le pagnotte che venivano infornate e verso mezzogiorno si tornava a casa con il pane cotto.
Come compenso si lasciava al fornaio una parte della pasta che avevamo portato.
Mentre il pane lievitava sulle assi per due o tre ore si accendeva il forno a legna, quando si erano formate le bracia e il forno era ben caldo si toglievano insieme alla cenere e si infornava il pane; piano piano per tutta la casa si diffondeva un invitante profumo di pane cotto che faceva venire l’acquolina in bocca. Una volta tolto dal forno e raffreddato, il pane veniva riposto in un grande cesto (la panèra) e conservato in un ambiente fresco.
Quando in un forno si cocevano pani di diverse famiglie si praticavano dei taglietti particolari, oppure si metteva il timbro; alcune famiglie infatti possedevano dei timbri in legno con le iniziali del nome e cognome in metallo e con quelli contrassegnavano il pane.

E. Righi